lunedì 3 agosto 2015

Energie applicate


Il maestro Li Bao Ting 李宝廷 applica su un allievo tecniche ed energie del tai ji quan 太极拳, partendo da una posizione tipica dell'esercizio tui shou 推手 (“mani che spingono”).
È una pratica che si fa anche nella scuola del maestro Huang Tai Ji.

Il maestro Niu Ke Lin


Niu Ke Lin 牛可林 (1938-) in parti della prima e seconda sequenza (Yi lu 一路 e Er lu 二路) dello stile Chen di tai ji quan 太极拳.
Niu è di Zibo 淄博, come Huang Tai Ji 黄太极 e come Li Bao Ting 李宝廷, del quale è stato il primo insegnante di tai ji quan della scuola Hong .
Nato nella contea di Zouping 邹平, nel 1963 si laureò in ingegneria all'Istituto di tecnologia dello Shandong (Shandong gongxue yuan 山东工学院). Ha iniziato a imparare il tai ji quan nel 1957 dal maestro Sun Ji Xian 孙继先, dello stile Yang . Sei anni dopo è diventato allievo di Hong Jun Sheng 洪均生.

Sun Ji Xian 孙继先 (1915-2000), discepolo di Wang Jiao Yu 王交雨, che a sua volta fu allievo di Yang Ban Hou 杨班侯

Sun Ji Xian esegue la cosiddetta “grande struttura con passi agili” (huo bu da jia 活步大架) in sessantaquattro tecniche, che si dice derivi da Yang Ban Hou. Ci sono degli aspetti particolarmente interessanti nel modo in cui Sun pratica la sequenza; per citare solo i primi esempi: la rotazione delle braccia in lan que wei 揽雀尾 (“afferrare la coda del passero”), l'inclinazione del busto in an (“spingere”), il movimento ti shou 上勢 (“alzare le mani”).

Vaghe similitudini giapponesi


In questo filmato, il maestro giapponese Kono Yoshinori 甲野善紀 (1949-) usa una tecnica harai te 払い(“spazzata di mano”; in cinese fu shou) che ha qualche vaga similitudine col movimento fondamentale zheng shou quan 正手圈 (“cerchio dritto con la mano”) dello stile Chen di tai ji quan secondo la scuola Hong .
Lo si paragoni con l'immagine seguente, in cui è il maestro giapponese di karate 空手 ("mano vuota"; in cinese kong shou) Kanazawa Hirokazu 金澤弘和 (vedi il post http://accademiataiji.blogspot.it/2014/02/tai-ji-quan-e-karate.html) a usare harai te


lunedì 13 luglio 2015

Piccole allieve premiate

Il maestro Huang ha due allieve cinesi rispettivamente di dodici e tredici anni che si stanno impegnando molto a imparare il tai ji quan. Così ha deciso che meritano un piccolo premio: un pupazzetto della tradizione cinese ispirato alla bambola di Da Mo 達磨.


Tale fatto è un po' anomalo, perché l'etica cinese del rapporto docente-discente vuole che sia il secondo a elargire doni al primo, non viceversa. Ma è questione di carattere: per il maestro Huang è chiaramente un piacere far questi gesti.

Cinesi al parco

Con l'estate e la chiusura delle palestre, le lezioni di Huang Tai Ji continuano come ogni anno all'aperto.
Una domenica di qualche anno fa, mentre il maestro camminava per il Parco Sempione di Milano e notava come non ci fossero cinesi, commentò che essi lavoravano troppo, pensando solo ai soldi e poco allo “spirito”.
Ma anche questo sta cambiando: ora nello stesso “polmone” verde cittadino, proprio dove si allenano il maestro e i suoi allievi, intorno alle 20.30 compaiono diversi cinesi che danzano o giocano a volano, come succede da anni nei parchi della loro patria.

Volano (badminton) in un parco cinese

Così va a finire che si avvicinano a Huang incuriositi soprattutto dalle applicazioni marziali, ed ecco una decina di cinesi, bambini come adulti di entrambi i sessi, impegnati in queste tecniche, che sono felici provengano dalla loro tradizione.
Difficilmente si vede un gruppo così nutrito di cinesi praticare gong fu pubblicamente in una città italiana.
È un incontro piacevole, poiché, in questi casi comunitari e una volta instaurato il rapporto, i cinesi tendono a essere gioviali.
I più svogliati sembrano i ragazzi tra i quindici e i vent'anni, che se ne stanno a osservare un po' in disparte, sebbene con curiosità. Quando gli si chiede se non vorrebbero praticare le arti marziali, una risposta tipica è: “No: sono troppo difficili”. Tutto il mondo è paese.


sabato 27 giugno 2015

Ospiti di Confucio

Un giovane si presenta dal maestro Huang per fare una lezione di arti marziali. Un conoscente del maestro individua l'uomo come allievo di un altro istruttore e, per fargli capire che lo sa, gli chiede: “Il tuo maestro è partito per le vacanze?”, essendo tardo giugno. L'interrogato risponde affermativamente, e a quel punto anche Huang l'ha sentito. Lungi dal cambiare il suo atteggiamento caloroso e accogliente, egli si prodiga anzi in una lode entusiasta dell'insegnante del giovane: “Molto bravo!”.
Il giovane conferma deciso: “Sì, è molto bravo!”. Da come si muove, è chiaramente un principiante nelle arti marziali, dunque il suo giudizio non può dipendere dalla sua perizia. Neppure sa pronunciare correttamente il nome del suo insegnante. Ignorando la sapienza di Cicerone quando osservava “Et iudicare difficile est sane nisi expertum” (Marco Tullio Cicerone, Laelius de amicitia, XVII, 62), egli manca di consapevolezza e così transige a uno dei comandamenti più importanti delle arti marziali cinesi: l'umiltà (qian xu 谦虚).

Busto di Cicerone

Dopo che il conoscente resta solo col maestro, gli chiede: “Perché gli ha detto che il suo insegnante è bravo? Tutti i cinesi che hanno una minima idea dell'arte marziale ci dicono il contrario”. Poi precisa: “Nella tradizione a cui sono abituato, un allievo deve chiedere il permesso al suo mentore anche solo per visitare un'altra scuola di arti marziali. Ancora peggio, conosco più di un praticante [asiatico, ndr] incivile di arti marziali che sfiderebbe a combattere il trasgressore, per il suo atto giudicato scorretto".

Jean-Léon Gérôme, Pollice verso (1872)

Il maestro scuote la testa con aria riflessiva e un po' disapprovante: “Non è affatto bene ragionare così. Se avessi detto a quel giovane che il suo maestro non è bravo, lui si sarebbe intristito o arrabbiato, e così avremmo minato l'opportunità di diventare amici, fomentando invece l'avversione (chou ). La coltivazione dell'armonia e dell'amicizia fra le persone è importantissima. Anch'io so di individui che si sentono bravi a combattere e sfidano altre scuole, ma a furia di agire così, chi vorrà essere loro amico? Questi discorsi pacifici li facevano già Chen Fa Ke 陈发科 (vedi il post http://accademiataiji.blogspot.it/2014/12/impermeabili-allantagonismo.html) e Hong Jun Sheng 洪均生. Tanti allievi di quest'ultimo gli riferivano giudizi poco lusinghieri su altri praticanti di tai ji quan, ma Hong sempre li redarguiva per la loro scortesia.
“Fra intimi il discorso cambia. È chiaro che non mi faccio problemi a dir una verità spiacevole ai miei shi di 师弟 (“fratello minore” sotto lo stesso insegnante, cioè un compagno di pratica arrivato dopo di sé nella scuola), quando voglio correggergli tecniche errate; e loro dovrebbero essere lieti di ascoltare le mie critiche, perché costruttive”.
Difatti la psicologia e la pedagogia insegnano quello che un buon genitore sa: un'educazione troppo permissiva è dannosa per i bambini. E nel gergo delle arti marziali cinesi il maestro è detto shi fu 师父: “insegnante e padre”.
Il conoscente di Huang lo ringrazia per la lezione di umanità impartita; che comunque è un ragionamento tipico del cinese mediamente civile, perché deriva dall'inveterato confucianesimo che è alla base della loro forma mentis (xin tai 心态); tuttavia è raro sentirlo nel mondo delle arti marziali, perché in esso tutti, cinesi come occidentali, parlano male di tutti.


Qualcuno può farsi infine un'altra domanda, che viene girata al maestro: “Però sorge un dubbio etico: in quel modo non sono sincero, quindi trasgredisco l'altro precetto confuciano dell'onestà (cheng )”.
È una questione di priorità: per l'etica confuciana un diktat apicale è l'evitamento del conflitto, pressoché con qualunque mezzo, anche lo stratagemma, fino all'ipocrisia.
Del resto, lo stesso Cicerone dichiarava: “Quanta autem vis amicitiae sit, ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani, quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum, ut omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur” (Marco Tullio Cicerone, op. cit., V, 20).

Il maestro Huang ha scritto sul terriccio del luogo d'allenamento il carattere cinese chou : “inimicizia”, perché gli allievi si fissino bene in mente di aborrirla. Il suolo ricorda il pelo di un cinghiale, la cui carica infuriata si ha ogni volontà di evitare

I maestri Yang dello stile Chen

Hong Jun Sheng 洪均生 è riconosciuto come uno degli allievi migliori di Chen Fa Ke 陈发科, oltre ad avere avuto con lui il rapporto didattico più lungo. Ma a sua volta Hong dichiarò che le conoscenze più profonde del suo maestro erano state trasmesse pure a un altro discepolo: Yang Yi Chen 杨益臣 (1904-1959).

Yang Yi Chen

Yang apparteneva come Hong al gruppo di praticanti lo stile Wu di tai ji quan sotto il maestro Liu Mu San 刘慕三, quando costui decise di passare con loro a imparare da Chen.

In questa foto del 1930, Chen Fa Ke è ritratto coi suoi allievi Liu Zǐ Cheng 刘子成, Liu Zi Yuan 刘子元, Xu Yu Sheng 许禹生, Li Jian Hua 李剑华, Liu Mu San 刘慕三, Yang Yi Chen 杨益臣, Li He Nian 李鹤年, Liu Liang 刘亮, Zhao Zhong Min 赵仲民 e Hong Jun Sheng

Ma a differenza di Hong, Yang veniva da una famiglia di soldati manciù dello Stendardo Giallo (Huang Qi 黃旗), e per questo aveva praticato le arti marziali fin dalla tenera età coi suoi cinque fratelli.

Bandiera dello Stendardo Giallo

Dopodiché fu allievo di Chen fino allo scoppio della guerra civile nel 1937, quando emigrò con la sua famiglia a Xian 西安. Nella sua scuola cittadina di tai ji quan riuscì a formare un certo numero di allievi, prima di morire prematuramente.


Yang Yi Chen, a sinistra, pratica l'esercizio tui shou (“mani che spingono”)

Chen Fa Ke ebbe anche un altro allievo di cognome Yang: De Hou 杨德厚, che è ancora vivo, a ben novantasette anni, per cui è meritevolmente soprannominato “Stella della Longevità del Tai Ji” (“Tai Ji Shou Xing 太极寿星”).

Yang De Hou fotografato con Hong Jun Sheng mentre fanno tui shou

Yang De Hou nell'agosto 2014

A novantadue anni, Yang De Hou pratica la sequenza Er lu 二路 dello stile Chen di tai ji quan